Roots & Blues Food Festival ed. 2009. Inizio della fine?

Qualche impressione sul programma 2009 del Roots & Blues Food Festival, stimolate dal fatto che una delle particolarità di cui dicevo tempo fa di questo festival, e cioè quella d’avere in cartellone per la maggior parte nomi “appartenenti alla musica del sud degli Stati Uniti e alla cultura rurale e provinciale di quegli stati”, nell’edizione 2009 è venuta a mancare.
Dato che la caratteristica è mancata con un programma a base di europei, cioè francesi, inglesi, svedesi, italiani, finlandesi, tedeschi, belgi, temo che questo sia l’inizio della fine. Gli americani sono stati in netta minoranza: solo un paio del sud, e in dodici serate, ognuna con due-tre gruppi, nessun afroamericano ha calcato quel palco. Mettiamo da parte il discorso economico, dato che invece di sei weekend ne basterebbero due o tre.
La mancanza della tipicità, il roots blues americano, è stata stranamente concomitante con la prima Conferenza Europea Blues Foundation, tenuta in provincia di Parma. Al momento il ritrovo europeo ha portato un’ambigua conseguenza: trasformare un festival italiano di american roots music in quello che adesso dovrebbero chiamare piuttosto “festival di musica europea basato sull’american roots music”, per la maggior parte orientato sulla copia europea di un “genere Fat Possum”: ecco il primo evidente risultato della cosiddetta conferenza.
In altre parole sono abbastanza convinta che senza questa liaison il cartellone sarebbe stato diverso; sarebbe stato forse come gli anni precedenti con quelle caratteristiche là. Il che non significa non debba esserci qualche artista minore e/o sconosciuto, o europeo, però si peschi prima non in cattività rispettando il presupposto iniziale e lo statuto del festival: “L’associazione Roots ‘n’ Blues nasce a Parma nel 2004 con lo scopo di promuovere e divulgare la cultura rurale musicale americana e afroamericana”.

Gli artisti “principali” che ho visto sarebbero andati bene come spalla, con tutto il rispetto per le spalle. Una delle poche cose interessanti (ma non ho seguito tutto) è stato poter sentire dal vivo per la prima volta il washtub bass, suonato da un belga con ottima resa, a San Secondo. Entusiasmo poi subito affossato da Nico Toussaint Band, al culmine dell’insopportabilità.
Eccezione all’anonimato e all’oblio è stato Little Joe McLerran & father al porto di Polesine, con una gradevole performance a pochi passi dalla riva del Po incentrata su old time music, ma eccezione che conferma la regola poiché sono americani di Boulder, Colorado.
Non capisco poi perché questi sconosciuti europei siano dovuti finire tutti qua, mentre nel nord Europa hanno bazzicato Kid Ramos, Rick Estrin, Super Chikan, L.C. Ulmer, T-Model Ford, Robert Belfour (gli ultimi quattro sono stati in passato al Rootsway, ma nulla vieta il loro ritorno), Rod Piazza, John Fogerty, Derek Trucks, l’inglese Steve Winwood, Dr John, Janiva Magness, Little Freddie King, Sue Foley.
Troppo costosi, o poco roots? Alcuni di loro non sono rurali, ma tutti hanno radici profonde nella musica americana, certo più degli europei in programma.
Non poteva essere un obiettivo della Conferenza quello di dividersi, tra i paesi membri, i musicisti statunitensi in giro per l’Europa, creando così un circuito funzionale, con maggior guadagno per gli artisti e risparmio per gli organizzatori? Siamo al livello di tenersi un nome per sé solo per vantare un’esclusiva? A che serve allora una conferenza annuale, per promuovere chi promuove?

Poi c’è l’ultima moda: esaltare l’hill country blues d’ultima generazione come esempio d’autenticità e possibile futuro del blues. La nuova corrente è partita diversi anni fa da alcuni giovani artisti americani bianchi quando si sono accorti di R.L. Burnside e ‘Junior’ Kimbrough, musicisti tradizionali e innovativi allo stesso tempo, in seguito al documentario Deep Blues di Robert Palmer e Mugge.
Basata sul Fat Possum sound un po’ vero e un po’ bluff, questa tardiva scoperta desiderosa di colmare l’interruzione generazionale non è rimasta in balìa solo degli eredi locali, di chi è stato influenzato direttamente per appartenenza, per essere stato allevato e aver suonato con i suddetti e altri artisti originali di quello stile (oltre a Fred McDowell, Burnside, Kimbrough, Jessie Mae Hemphill, anche T-Model Ford, Paul Jones, Robert Belfour), ma è arrivata in Europa.
L’onda di questa corrente ha portato con sé ogni genere di paccottiglia ed è arrivata da noi in tempo record, in un primo momento per il successo europeo di Fat Possum, sostenuto da certa critica che non ha esitato a esaltare presunti valori genuini dell’etichetta e del revival (basato sulla rimodulazione della tradizione) confondendoli con il talento dei musicisti originali che si mettevano dignitosamente in opera nonostante i produttori, fino ad arrivare a certa filmografia/discografia pulp, Black Snake Moan ad esempio, visto anche da noi solo perché con attori famosi (Samuel Jackson, Christina Ricci), ma non particolarmente brillante né dal punto di vista cinematografico né da quello musicale (considerando solo la musica originale per il film).

Tanti giovani musicisti nordeuropei, la maggior parte di quelli presenti in cartellone, hanno adottato quel modello con l’attrattiva di purezza per via della sua natura radicata e localizzata nel Mississippi del nord (e nel Tennessee sud-occidentale), ma forse anche perché apparentemente più facile da riprodurre occorrendo meno personale, meno precisione, meno pulizia, uso di ostinati ritmici, e avvicinandosi a uno stile sempre giovane come il rock, nelle varianti dal punk alla psichedelia.
La musica tradizionale di quella regione è forse la più apertamente africana di tutto il Mississippi, distante dalla concezione musicale europea e difficile da cogliere nelle sue sfumature, proprio come il blues del Delta e nonostante le apparenze. I melismi della Hemphill, come quelli di McDowell, mostrano l’eredità di quella parte dell’Africa occidentale in contatto con gli arabi del Maghreb, ma al di là di questa eredità, comune ad altri bluesman più urbani, il genere è vissuto isolato, per non parlare dell’estraneità per lungo tempo di alcuni degli stessi eredi naturali.

Vorrei ricordare che anche la musica attiva in altre zone statunitensi vantante una ricca tradizione, rurale o no, e quindi eredità, è lo stesso dignitosa e genuina quand’è di qualità, e ha lo stesso stimolo verso il futuro, futuro che in questo contesto io riesco a intendere solo come continuità.
Non credo che un musicista con gli occhiali da sole (come certi redattori inquadrano i californiani) sia solo per questo meno blues di uno con la bottiglietta di liquor in tasca, o lo sia meno chi canta con buona dizione rispetto a chi biascica nel microfono o taglia i versi.
Cercare e pensare il “futuro del blues” è già di per sé esercizio sterile, ma pensare di cercarlo in una situazione in parte odorante di modaiolo è fuorviante. Forse tutti, idealmente, vorrebbero che esistesse un posto soprattutto là dov’è nato, Mississippi, in cui assistere a una rinascita, ma alcuni lo vorrebbero solo per poter dire “io c’ero, l’ho detto, l’ho visto”.

Non credo sia così semplice e soprattutto non penso sia possibile, né auspicabile. Non può bastare una sana, originale e buona continuità? Bisogna per forza inventare qualcosa di nuovo?
Originatori in questa cultura musicale non possono più essercene, dobbiamo “accontentarci” semplicemente di musicisti originali e di sostanza: sarebbe già tanto se pensassimo a sostenere questi, invece che una generalizzata, ipotetica innovazione nell’epoca di internet e dell’omologazione sociale. Nell’era del tanto chiasso per nulla.
Forse ci sarà un altro Skip James, Muddy Waters o T-Bone Walker in un futuro anteriore, vale a dire dopo una nuova deportazione di massa o una storia continuata nei secoli nelle sue diverse cause ed effetti, casualità e situazioni preesistenti simile a quella che ha partorito il blues, ma immaginare qualcosa del genere va bene per un romanzo di fantascienza blues, una specie di Ritorno al Mondo Nuovo.
Il blues non ha un nuovo futuro, ha già raggiunto da tempo il picco della massima evoluzione ed è bene che viaggi così nel futuro, in quella forma, quella dopo la quale o è il caos o si torna indietro. Ha solo un gran passato e un presente delicato, ed è inutile cercarlo in una nuova forma embrionale o neonata.

Semplicemente, ci sono diversi giovani che fanno un tipo di musica che s’ispira a quel genere là, molto liberamente o pedissequamente. Eventualmente è solo il seguito di una tradizione ed è già molto quand’è così, ma in altri casi è solo pescaggio di materiale originale su cui apporre le proprie “innovazioni” e i propri remix elettronici. Sa di jeans stracciato apposta e di major, sa d’arrivo in Limousine al juke joint arredato da architetti del faux-folk. Non gli si può applicare un sillogismo del tipo: il blues delle colline oggi è fatto da giovani / i giovani sono il futuro / dunque il blues delle colline è il futuro.
Per dargli futuro bisogna continuare a fare quello che sembra un paradosso, vale a dire pretendere significati soggettivi in una musica che deve attenersi a criteri oggettivi. Quali siano questi criteri è inutile dirlo a chi sa, o dovrebbe sapere, di musica blues.

(Articolo originariamente pubblicato nel luglio 2009)


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Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 11 Giugno 2010
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