Articoli relativi a: American Folk Blues Festival

L’American Folk Blues Festival fu una serie di concerti itineranti e di riprese televisive in studio con bluesman americani in trasferta nel nord Europa, originariamente organizzati in Germania da Horst Lippmann e Fritz Rau dal 1962 al 1970, e nel 1972. L’AFBF ebbe una seconda vita dal 1980 al 1983, e infine nel 1985 in proporzioni più modeste. I due all’inizio si avvalsero della collaborazione di Willie Dixon, che agì come direttore artistico e organizzatore grazie alla sua esperienza presso Chess, alla sua conoscenza degli artisti e su come rintracciarli; di fatto curò ogni aspetto pratico riguardante i musicisti e la trasferta in sé. Dopo il festival del 1964 Dixon non seguì più la troupe in Europa, ma rimase consulente di Lippmann da Chicago per gli ingaggi. Il festival cominciò come un tour di tre settimane, con esibizioni nei teatri storici e nelle sale concertistiche di Germania, Francia, Austria, Svizzera e Inghilterra, e si dilatò fino a sei settimane, arrivando a espandersi dalla Scandinavia alla Spagna negli anni seguenti. Lippmann e Rau aspiravano anche al potenziale di modernità che l’avvento della musica nera avrebbe potuto portare nella vecchia Germania dell’est e dell’ovest. Nel 1964 il tour dilagò nella Germania dell’Est, in Polonia e Cecoslovacchia, oltrepassando ancora la cortina di ferro nel 1966 e negli anni Ottanta; nei paesi comunisti soprattutto fu fatta leva sugli ipotetici aspetti politici e sociali associando il festival alle lotte per i diritti civili degli afroamericani e quindi alla fine esaltando la visione antiamericana.
I concerti erano sempre al chiuso, in sale con capienza non superiore a 2.500 posti, duravano dalle tre alle quattro ore, e il pubblico era generalmente di giovani adulti acculturati appartenenti alle classi medio-alte; non fiatavano e stavano seduti, proprio come durante un concerto sinfonico. Lippmann inoltre istruiva i musicisti su come non dovessero cercare di intrattenere il pubblico con istrionismi vari, tipo suonare la chitarra coi denti, eccetera. Questa specie di costrizione (che andò oltre la sola mancanza d'”istrionismo” sconfinando, in qualche caso, in performance ingessate), se si conosce un po’ la storia e il carattere della musica afroamericana al di là delle registrazioni discografiche, s’evince chiaramente, ed è tra le cose che più colpiscono, da una parte e dall’altra (cioè dal pubblico all’artista), nelle esibizioni filmate, la maggior parte riprese negli studi televisivi, che paiono come “sedate”, specie quelle dei primi anni.
Alcuni non ebbero difficoltà ad adattarsi, suonando e cantando semplicemente come da loro natura (v. Lonnie Johnson, pur lamentandosi che gli venisse chiesto materiale inciso trenta-quarant’anni prima, perché secondo Lippmann-Rau il pubblico voleva sentire solo il “vecchio blues”), ma per altri, come Howlin’ Wolf, era davvero strano, o come Buddy Guy, che nel 1965 non solo suonò i successi soul di James Brown, ma si mise anche a danzare, e fu disapprovato. In ogni caso l’American Folk Blues Festival fu molto influente in Europa, e senz’altro innescò il blues revival degli anni 1960, partito soprattutto dall’Inghilterra e rimbalzato negli Stati Uniti.