Articoli relativi a: John Lee Granderson

John Lee Granderson (1913-1979), cantante e chitarrista country blues nato e cresciuto a poche miglia da Memphis, Tennessee, emigrato a Chicago. Imparò a suonare la chitarra da bambino grazie al padre, e si formò ammirando alcuni musicisti della scena memphiana, come Memphis Minnie, Sleepy John Estes, Hammie Nixon, e l’amico di famiglia ‘Memphis Willie B.’ (William Borum), chitarrista, armonicista e cantante noto per esser stato nella Memphis Jug Band e nei Jug Busters di Jack Kelly.
Di passaggio in passaggio arrivò a Chicago nel 1928, e si mantenne come meccanico d’auto; non osò lasciare il lavoro per dedicarsi alla professione di musicista a tempo pieno, ma negli anni 1930/1940 frequentò regolarmente i club o altri ritrovi di Chicago dove gli capitava di unirsi a Big Bill Broonzy, Jazz Gillum, Big Joe Williams, o John Lee ‘Sonny Boy’ Williamson.
Dai tardi anni 1940 John Lee Granderson cominciò a suonare sempre più spesso al mercato di Maxwell Street, da solo o con chi capitava, e sicuramente con chi è ricorso sovente nella sua discografia, altri assidui del mercato come Robert Nighthawk e coloro che con lui formarono la Chicago String Band: Johnny Young, Big John Wrencher e Carl Martin (The Chicago String Band, Testament 5006, 1970, registrazioni del 1966). Mentre nel suo repertorio potevano sempre trovar posto brani imparati da John Lee Williamson, Memphis Minnie, o Big Maceo Merriweather, al contempo crebbe la sua produzione originale, radicata nella tradizione del blues rurale.
Negli anni 1960 provò a dedicarsi a tempo pieno alla musica, anche perché nel 1964 ebbe un incidente alle gambe che lo costrinse a lasciare l’impiego come meccanico, ma dovette comunque lavorare come guardiano/bidello nella stessa rooming house in cui viveva. Formò un duo con l’armonicista Prezs Thomas, che appare (insieme a Jimmy Walker, piano, e William Mack, chit.) in tre brani che Granderson registrò a suo nome probabilmente nel 1962 per la raccolta Modern Chicago Blues (Testament 5008, 1964; in uno accompagna Big John Wrencher, con Johnny Young).
Fu Pete Welding infatti che da quell’anno cominciò a registrarlo per la sua Testament Records, come solista e sideman, e lo fece con assiduità fino al 1966 circa; gli anni 1960 furono l’unico decennio in cui il chitarrista lasciò tracce su nastro (da quanto mi risulta). Tuttavia finché fu in vita tutto il registrato di Granderson fu sempre indirizzato a raccolte, antologie, album collettivi, e il chitarrista non vide mai un album a suo nome. Solo nel 1998 è uscita una raccolta intestata a lui (John Lee Granderson, Hard Luck John), con brani inediti prodotti e registrati da Welding tra il 1962 e il 1966, da solo, in duo o in trio con alcuni dei ricorrenti suddetti amici (a cui bisogna aggiungere il chitarrista Bill Foster), in acustico, dobro, e in elettrico. Per stile, robustezza ed espressività sta nella stessa classe di Robert Nighthawk e Johnny Young, forse con un’emissione non così potente, ma sicuramente di tutto rispetto e valenza.
Dopo quelle prime registrazioni apparve in Can’t Keep from Crying (Testament 5007, 1964), composto da prove di diversi bluesman di quella piazza e con lo stesso tema, l’assassinio del presidente Kennedy, colti da Norman Dayron e Welding a caldo nelle loro impressioni a pochi giorni o settimane dal fatto (Granderson partecipò con A Man for the Nation, tra gli altri sono presenti Otis Spann, Fannie e James Brewer).
Altre antologie Testament con Granderson furono Johnny Young and His Friends (1964), Mandolin Blues (metà anni 1960 ca, uscito nel 1997), in accompagnamento a Willie Hatcher e a Johnny Young, Down Home Harp (1966/1998), per Big John Wrencher, e a queste si possono aggiungere i brani della collezione di Norman Dayron, usciti su Rare Gems (1963/1977, CD Rare Chicago Blues 1962-1968, Bullseye 1993) e Chicago Breakdown (Takoma, 1963/1980), e una traccia in un disco di Carl Martin (Crow Jane Blues, Testament).
Apparve anche in antologie Storyville, Milestone, Adelphi, JSP, nei primi due volumi I Blueskvarter Chicago 1964 (Jefferson Records), in And This Is Maxwell Street (1999, registrazioni dalla strada per il documentario del 1964 And This Is Free, in accompagnamento a Nighthawk, v. sotto), e nel disco registrato dal vivo al Nina’s Lounge intestato J.B. Lenoir, Sunnyland Slim & Friends, Live in ’63 (Fuel).

And This Is Free, The life and times of Chicago's Legendary Maxwell Street

And This Is Free

Un documentario d’interesse storico evocante un vissuto irripetibile, lo stesso rintracciabile nel blues elettrico di Chicago dei bei tempi: Maxwell Street acquisì una sua propria anima, un intangibile e incalcolabile capitale oggettivo, e rappresentò...