William Ferris – Il Blues del Delta

Edizione italiana: Il Blues del Delta, Postmedia s.r.l., Milano, 2011
Edizione originale: Blues from the Delta, Anchor Press/Doubleday, Garden City, NY, 1978
Edizione aggiornata: Blues from the Delta, Da Capo Press, Cambridge, MA, 1984
Traduzione: Sebastiano Pezzani
Postfazione: Marino Grandi
William Ferris, Il Blues del Delta

«Il Blues del Delta rappresenta il viaggio di un bianco privilegiato del Mississippi nei mondi della gente di colore in cui mi sono avventurato per la prima volta da bambino, nella fattoria in cui sono cresciuto, nei dintorni di Vicksburg, Mississippi.
Ho riscoperto tali mondi in modi diversi, in seno al movimento per i diritti civili. Questo libro descrive i miei primi passi nello studio del Sud degli Stati Uniti, durato una vita intera (…).
Nel mio lavoro di scrittore e insegnante, considero la geografia e il senso di appartenenza al luogo come una struttura che mi consente di comprendere il mio complesso rapporto con un mondo chiamato “il Sud”. Questo libro è al tempo stesso un’opera accademica e un atto d’amore ispirato dalla musica che mi piaceva da adolescente, negli anni Cinquanta, quando ascoltavo programmi in onda a tarda sera del Randy’s Record Shop sull’emittente WLAC di Gallatin, Tennessee (…)».

Questa dichiarazione dell’autore chiarisce le motivazioni e l’ispirazione alla base del libro, ma l’ultima frase introduce già (e siamo appena alla seconda pagina) un errore di traduzione, (1) problema purtroppo ricorrente per i testi di musica blues, in Italia spesso tradotti da incompetenti; detto così pare che WLAC trasmettesse da Gallatin e che il programma fosse del Randy’s Record Shop.
WLAC trasmetteva da Nashville, e Randy’s a Gallatin, Tennessee, era uno degli sponsor di quei programmi radiofonici, gli stessi che orientavano le vendite dei dischi e i gusti del pubblico di allora.
Poco dopo qualcos’altro mi ha fatto istintivamente mettere giù il libro, lasciandolo da parte molto tempo prima di riuscire a riprenderlo. Il motivo parrà puerile a molti: è stato sufficiente vedere Jimmie Rodgers confuso con Jimmy Rogers (il fatto che la cosa non sia infrequente non la minimizza). Come se non bastasse, in seguito l’errore si ripete ma al contrario, Rogers scambiato con Rodgers in una nota (oddio non volevo dire anche questa, ma parlando di note… ci sono errori di numerazione!).
Negligenze sempre ugualmente spiacevoli, ma quando sono già nelle prime pagine minano seriamente la voglia di proseguire, svilendo di partenza il valore del libro. Non che sia meno preoccupante, pur a pag. 52, dover leggere capolavori come «Anche la religione plasma il blues perché spesso i cantanti definiscono la propria musica in relazione alla musica». Complimenti!
Provo profondo cordoglio per l’autore, ignaro di quanto il suo testo sia stato mortificato.
Ed è parte dello stesso ignorante pressapochismo il fatto che in copertina (su cui mi pare ci sia B.B. King) non ci sia qualcuno o qualcosa più inerente al testo.

A tutto ciò s’aggiungono due prefazioni in una delle quali Ferris fa considerazioni molto compiacenti e fuorvianti sul blues in Italia e nel world wide web, ma qui si tratta solo di punti di vista, anche se poco condivisibili.
Ciò che rimane di sensato, il succo diciamo, merita abbastanza attenzione. La merita non perché la ricerca e la relazione, in materia di blues del Delta appunto, siano approfondite e vaste – nacque come tesi di laurea e il livello di base è quello, oggi però superiore grazie a successivi ampliamenti di Ferris, ora insegnante e conoscitore della materia – ma perché offre un punto di vista ravvicinato dal cuore del Mississippi concentrandosi perlopiù in un tempo storico che va dal 1967, quando cioè Ferris mosse i primi passi come ricercatore, al 1976: periodo più moderno e circoscritto rispetto a quello di cui di solito si legge sui libri di musica blues. Un’esperienza in prima persona quindi, non una storia compiuta del blues, che già gode di ampia letteratura.
Ha i connotati di un lungometraggio che, dopo aver ricordato alcuni fondamenti storici, per buona parte si concentra sui luoghi e sulle sue anime viventi descrivendone con realismo il rapporto quotidiano e imprescindibile con la musica, e quindi la natura di questa particolare espressione scaturita dal territorio.
Un lavoro quasi nell’ottica dei Lomax spostato più avanti negli anni, offrente testimonianze di vita musicale e non attraverso le parole e le performance di un pugno di sconosciuti o semisconosciuti, la maggior parte artisti derivativi (con repertorio basato su dischi di successo altrui), ma non per questo meno autentici, come Shelby ‘Poppa Jazz’ Brown (a cui il libro è dedicato), Jasper Love, Louis Dotson, ‘Little Son’ Jefferson, Gussie Tobe, Lee Kizart, Floyd Thomas, Wallace ‘Pinetop’ Johnson, Maudie Shirley, e altri oggi più noti come Arthur Lee Williams, Scott Dunbar e James ‘Son’ Thomas.

A differenza dei Lomax e di altri ricercatori però, Ferris è mississippiano del sud, non è lo studioso arrivato da un altro Stato a indagare su una cultura estranea, come capitava soprattutto all’epoca delle prime ricerche (ma anche negli anni Sessanta). Leggende come quella del crocicchio e della vendita dell’anima al diavolo sono state considerate molto esotiche dai ricercatori provenienti da fuori, e tramite loro diventate di grande risonanza quando invece per i locali era normale mischiare blues e diavolo, e una leggenda come quella di aver venduto l’anima al re degli inferi appartenente al folklore africano da tempo immemore.
Un’altra diversità con l’approccio comune è che Ferris non registra i musicisti e poi se ne va, ma instaura con alcuni di loro un rapporto di fiducia e amicizia, tanto da essere considerato uno di famiglia e creando un legame personale continuato nel tempo, rimanendo in contatto con i musicisti e le loro famiglie anche dopo gli incontri, e nonostante i trasferimenti; di queste amicizie c’è evidenza nella pubblicazione di alcune lettere manoscritte. (2)
Certamente nell’ottenere i contatti con gli uomini di blues Ferris è favorito rispetto ai ricercatori pionieristici, anche se vigeva ancora una certa discriminazione nel sud e i primi tempi anche lui dovette rivolgersi a intermediari bianchi, spesso i datori di lavoro dei musicisti, con la conseguenza che quest’ultimi non si sentivano liberi di esprimersi per la presenza di terze persone, o perché il materiale dell’incontro poteva poi esser controllato.

In seguito l’autore riesce a sganciarsi da questa consuetudine contattando personalmente i bluesman e frequentandoli nel privato della loro casa e nei juke-joint, luoghi dove i musicisti si comportano in modo naturale e senza freni inibitori, sia per quanto riguarda eventuali discorsi sulla discriminazione che per la terminologia a luci rosse di certi blues o dirty dozen; Ferris continua comunque a esser guardato con sospetto dai bianchi del posto e controllato dalle autorità, come tutti i ricercatori interessati ai neri del Mississippi. Per lui, a parte la tesi, fin dall’inizio si tratta di qualcosa di più personale, riguardante il suo territorio, la sua gente e di conseguenza anche la sua storia e le sue radici.
Non ci sono disamine profonde e gli argomenti sono tracciati a grandi linee, fornendo il quadro generale dell’ambiente e delle usanze in cui i protagonisti si muovono nella loro quotidianità, grossomodo cominciando il racconto – la vita rurale, le condizioni lavorative, i trasferimenti di massa, i rapporti con la religione – dagli inizi del Novecento arrivando alla contemporaneità cercando di «capire la musica attraverso i loro occhi e le loro voci».
Risonanza particolare è data ai versi del blues uditi nel corso delle performance musicali e durante le visite, ponendo particolare rilievo sull’importanza dei versi make up (versi riadattati spontaneamente), pratica in cui risiedono l’essenza della tradizione orale e la personalità del musicista, in cui le parole di un disco di successo sono plasmate o reinventate per creare il proprio blues, aperto a cambiamenti a seconda delle occasioni e dei momenti. Ho detto “disco” e non “brano” cogliendo l’osservazione dell’autore su come i musicisti non usino mai quest’ultimo termine; era il disco in senso fisico infatti, cioè registrato e poi trasmesso alla radio, messo sul giradischi o nel juke-box, a fornire lo status e l’immagine del bluesman di successo.

Tenendo presente che questo lavoro, come tanti altri, sarebbe dovuto uscire in questo paese a tempo debito, cioè decine di anni fa, si nota come l’ultima parte sia più originale e buona per tutte le epoche perché trascrive testualmente un intero blues party casalingo (da Floyd Thomas a Clarksdale) aperto alla comunità (alla “famiglia del blues”), tra parole cantate e narrate, call and response, scambi di battute, messinscene, in cui il pianista locale ‘Pinetop’ Johnson è il cantante principale in costante interscambio con i presenti e il supporto di Jasper Love, Baby Sister, Maudie Shirley, e Thomas.
Devo anche dire però che questa parte sarebbe più interessante con l’ausilio dell’audio, perché la sola lettura può risultare poco significativa non solo per la tempistica diversa – la performance dal vivo si consuma dall’inizio alla fine nello stesso lasso di tempo, la lettura la si scagliona, diluendo e spezzando l’esperienza, la tensione, la trama – ma anche per la differenza sostanziale tra blues scritto e quindi letto, blues eseguito e quindi ascoltato.
È impossibile fermare su carta con equivalente successo ciò che è svolto in musica a livelli sovrapposti e differenti, in particolare un blues party autentico (benché la spontaneità sia influenzata se c’è un estraneo che registra) in cui le spalle offrono ulteriore dinamismo e sincronismo che parola per parola non rende a un livello statico come quello cartaceo, risultando così un quadro appiattito.
Anche un po’ impersonale, difettando di osservazione ambientale e caratteriale oltre che emozionale: vero che è un saggio e non un romanzo, ma forse, nel processo da tesi a libro, si poteva trovare una via al fine di un’acquisizione più vicina all’esperienza musicale e umana.


  1. Non voglio pensare alla remota eventualità che la svista sia originalmente di Ferris. Anche se così fosse, comunque, in questo caso non esonererebbe il traduttore. []
  2. Ferris rivela che i musicisti, come ringraziamento per la loro disponibilità, preferivano avere le fotografie scattate nelle varie occasioni di incontro piuttosto che, ad esempio, l’offerta più concreta della spesa alimentare. Il piacere del ricevimento delle fotografie si evince anche dalle lettere. []
Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Libri // 1 Giugno 2015
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