Deltablues, Rovigo 5.7.2008

Eddy ‘The Chief’ Clearwater / Max Lazzarin e Marco Pandolfi

In occasione della XXI edizione il Deltablues di Rovigo torna dopo otto anni in centro città in piazza V. Emanuele II, con dimensioni ridotte ma in veste gratuita e offrendo ancora, come da tradizione, la Mostra Mercato del disco usato e da collezione.
Il cartellone, proposto nel weekend del 5-6 luglio più un’anteprima, è un altro aspetto che pare ridimensionato rispetto ai tempi migliori che la manifestazione ha vissuto. Bisogna vedere se questa relativa povertà è indice di decadenza o piuttosto vada vista come una graduale rinascita dopo un momento in cui il festival ha rischiato la chiusura definitiva.
È comunque buona cosa che il programma si circoscriva a due date e con solo due protagonisti a sera, così gli artisti non sono compressi tra più esibizioni e il pubblico eventualmente non deve sorbirsi set mediocri in attesa di quello più interessante. La “puntata” di sabato 5 ha visto Max Lazzarin e a seguire Eddy ‘The Chief’ Clearwater.

Max Lazzarin porta sul palco uno strumento acustico che poco si sente oggi nel blues dal vivo, nonostante il pianoforte abbia messo le basi per vari stili e rivelato grandi e fondamentali artisti, ma la rarità è soprattutto che lo faccia come artista solista, così come non è comune l’ispirazione alla musica di New Orleans.
A parte la grande tradizione, è lì che ancora oggi si possono trovare modelli viventi, necessari per tener viva l’eredità e perpetrarla. Oggi Chicago non produce più materiale o personaggi a cui ispirarsi, e comunque in generale i pianisti blues sono spesso solo accompagnatori. La musica di New Orleans sembra avere moto perpetuo e rigenerativo, mentre una certa tradizione ancora si distingue pur non essendo al centro delle attività musicali.
Lazzarin ha assimilato il fascino della Crescent City soprattutto tramite Dr John e, infatti, già all’inizio propone Iko Iko, canzone da Mardi Gras scritta da James Crawford e riportata in auge dal Dottore, qui eseguita con vocalità fumosa e sonorità trascinanti.
Manca la chitarra, ma c’è l’armonia vocale (Valentina Furlan e Joe Chiericati), il contrabbasso (Alessandro Arcuri), il sassofono (Zeno Odorizzi) e ovviamente la batteria (Tim Smethurst); ne risulta una band snella che evita la rischiosa gestione di più elementi difficili e non comuni dalle nostre parti, potendo comunque riferirsi in breve al canone strumentale di New Orleans tanto come a passare a un suono meno esotico e più vicino al blues.

Lazzarin ha due dischi all’attivo (Baron Samedi e Don’t Touch My Shoes), e i due successivi ragtime, un veloce e un tempo medio, Don’t Believe Me e Who Crawls Doesn’t Fall, portano la sua firma, così come Baby What You Want, parte di una sua trilogia dedicata alle donne, ancora con lick pianistici e ritmica stile New Orleans.
Apprezzabili anche le altre proposte: uno scatenato boogie-rock strumentale alla Jerry Lee Lewis, Gators Boogie, e They Called Me, dove appare per rimanere l’armonicista Marco Pandolfi, caso che dimostra quanto stia salendo il livello dei musicisti di casa nostra.
Per questo brano alla Gris-Gris di Dr John, Lazzarin s’alza (il suo posto è preso da Chiericati) e tintinna il tamburello su sonorità tenui, evocative e notturne, ed evanescenti armonie vocali sopra cui risalta il bel suono grasso d’armonica. Il rito voodoo al chiar di luna che si specchia nel bayou, il lussureggiare della foresta. Il canto di Lazzarin però è troppo cupo, forse per colpa del non ancora usato microfono centrale; poi migliora, ma gli effetti non sono resi al meglio.

Segue un valido momento solista di Chicago blues per Pandolfi con I Just Keep Loving Her, rimandante al Little Walter primo periodo. Buona scelta perché il brano fa parte di quel mucchietto di otto registrazioni storiche off-Chess, quando Muddy Waters e il suo quartetto live (Jimmy Rogers arrivò in ritardo e partecipò solo a due, Walter lo sostituì alla seconda chitarra), rifiutato da Chess, trovarono accoglienza negli studi della più disinibita Parkway. L’originale è pregno dell’invischiante sporco fangoso portato dal Mississippi: favolosa slide anarcoide di Muddy, stompin’ spartano e distorto sulla grancassa di Leroy Foster, e Walter diciannovenne, canto energico e schizzi d’armonica acustica così improvvisi e laceranti da far girar la testa; nessuna musica potrà mai eguagliare la forza selvaggia di questi blues.
Tornando a noi, Pandolfi rimane ad accompagnare mostrando ancora pieno controllo, mentre Lazzarin propone ben tre brani dal disco Goin’ Back to New Orleans di Dr John: il title track (Liggins), con ritmiche latine e breve assolo di Smethurst, il tradizionale da second-line Didn’t He Ramble, il cui epitaffio iniziale è da Lazzarin dedicato a chi nella piazza contemporaneamente sta facendo suonare odiosa musica da disco-bar, e Good Night Irene. Essendo affezionata alla canzone di Leadbelly e avendo nelle orecchie una versione di James Booker qui mi pare assai povera, ma è inevitabile; messo da parte lo scomodo paragone l’apprezzo lo stesso. I due coristi si rendono necessari, almeno volendo ricordare la versione di Dr John. Ancora ragtime, negli anni 1920 stile per piano e per chitarra, con la gustosa Diddie Wa Diddie da Blind Blake, per finire con lo stride piano di Mess Around, da Ray Charles.

Il finale arriva con l’inconfondibile intro di Big Chief (Earl King e Prof. Longhair), e l’occasione è giusta per introdurre Eddy ‘The Chief’ Clearwater.
Prima di lui arriva sul palco la band e sfodera Juke, il classico chicagoano per armonica suonata da colui che poi sarà alla seconda chitarra, un giapponese assai discreto di nome Shoji Naito, al basso Rudy Kleiner, alla batteria Merle Perkins; e ancora Naito stavolta alla chitarra con quelle che sembrano le suadenti note di Earl Hooker, credo Blue Guitar, fino a che Eddy Clearwater, con copricapo indiano e mise variopinta, entra in scena cantando They Call Me the Chief: la sua voce è ancora ruvida e tonante.
Nato a Macon, Mississippi, nel 1935, trasferitosi adolescente a Birmingham, Alabama, ha sangue Cherokee nelle vene. Venuto su a gospel, blues e country, nei primissimi anni 1950 a Chicago fu discepolo di Magic Sam, poi un giorno nel mezzo del cammin (letteralmente) venne fulminato dal rock di Chuck Berry uscente dall’autoradio.
Tolto di mezzo lo scenografico ma ingombrante piumaggio, infila da mancino una Gibson rossa con le corde non girate, e continua a presentare l’ultimo disco attraverso Hypnotized, rock dalle tinte funk. Non so se di Chuck Berry, ma ispirato dal suo stile, è invece il rock ‘n’ roll Too Old to Get Married, con il quale comincia a muoversi, anche agilmente, nello spirito del forever young e dove, come volevasi dimostrare, l’apparente resa del titolo è smentita subito: Too old to get married / too young to be buried.
È piuttosto duro e aggressivo, sostenuto dalla batteria, più morbidi invece la chitarra ritmica e il basso, e allenta di poco la presa per A Good Leavin’ Alone anche se è un blues dalla struttura classica. Più moderato e godibile è invece un altro ricordo indelebile della Windy City, That’s Allright di Jimmy Rogers, a dimostrare che i panni del bluesman gli si addicono meglio di quelli del rocker e di quanto avrebbe bisogno di una produzione discografica accorta e non pompata.

L’idea si conferma con il lento Came up the Hard Way, blues clou della serata, e comunque i lenti sembrano il suo forte; non è un maestro alla chitarra, ma almeno non eccede in note e in volume, solo che lui e il batterista non si capiscono e per un po’ Clearwater gira a vuoto.
Bene All Your Love, ispirata a quella di Magic Sam, con cambio di passo sul finire. Anche Gotta Move On, ballata lenta soul/blues, è adatta alle sue corde vocali soulful, mentre in Walkin’ through the Park, con armonica del mite giapponese, cerca di avvicinarsi alla grinta canora del titolare del brano (Muddy Waters), ma il suono d’insieme ha ben poco da spartire con Muddy, anche se qui è più asciutto e diretto rispetto a quello strabordante e gonfiato del disco che Clearwater sta promozionando (West Side Strut), un tipico prodotto Alligator. Il nome Clearwater (quello vero è Harrington, come il cugino Carey Bell) fu proposto da un manager ed è ispirato dalla contrapposizione con quello di Muddy Waters. Continua a pescare lì con una lenta versione di I Just Want to Make Love to You vicina all’originale, cioè più melliflua rispetto alla grintosa, iconica versione di Etta James.
Nel finale in crescendo si butta definitivamente tra le braccia del suo idolo Chuck Berry: ce la mette davvero tutta per rendere esplosiva Sweet Little Rock and Roller, balla e si sporge per farsi fotografare mentre le sue dita raggiungono il massimo dei giri, l’apice del rock ‘n’ roll possibile per età e scioltezza. Non concede bis, rimette il copricapo e se ne va mentre la band continua a suonare, ignorata dal pubblico, anche giovane, infilatosi davanti per vederlo arrivare giù e per le firme sui dischi appena comprati.
Un sentimento di tristezza m’assale e ho bisogno d’andarmene subito, non tanto per Clearwater, che comunque non sarebbe entrato nell’Olimpo neanche se ne fosse andato giovane e/o avesse avuto un hit, ma per le mancate occasioni che impediscono al blues di esprimersi in bellezza stimolato da qualche motivazione che vada oltre il frettoloso giro promozionale di un disco imbarazzante.


QUI la galleria fotografica con le didascalie
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Pubblicato da Sugarbluz in RECENSIONI, Concerti // 25 Maggio 2010
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